PROBLEMI RESPIRATORI



Chi soffre di patologie legate all’apparato respiratorio, siano esse ostruttive o restrittive (asma, broncopneumopatie, fibrosi, complicazioni da fumo…), oltre ad avere capacità ventilatorie ridotte, presenta a livelli diversi un’intolleranza allo sforzo.

Con questo termine si intende un affaticamento eccessivo anche durante le attività più semplici.

Ciò può essere dovuto a:

  • deficit respiratori, i volumi di inspirazione ed espirazione risultano ridotti così come le capacità di trasporto e scambio dei gas;
  • elevata fatica dei muscoli respiratori, che per far fronte alle ostruzioni o restrizioni delle vie aeree devono lavorare più del dovuto, consumando più energia;
  • insufficiente numero di capillari polmonari per gli scambi gassosi;
  • incapacità dei muscoli di utilizzare al meglio l’ossigeno per prodursi energia;
  • scarsa massa muscolare;
  • trapianto polmonare e terapia farmacologica post-intervento.

Questa difficoltà allo sforzo si manifesta concretamente con la dispnea, il respiro diviene cioè faticoso quasi come se mancasse l’aria, e la miopatia, ovvero il dolore muscolare.

Si instaura così un circolo vizioso che porta alla sempre più totale sedentarietà con un progressivo aggravamento delle condizioni iniziali.

ASMA DA SFORZO

Si deve distinguere dalla dispnea patologica, causata da stati patologici quali edema polmonare, asma e pneumotorace, malattie cardiache ecc.

Si distinguono così quattro gradi di dispnea da sforzo, a seconda che si manifesti dopo sforzi molto intensi, sforzi di intensità media, sforzi ordinari o a riposo.

La “fame d’aria” da sforzo può comparire sia durante l’inspirazione che l’espirazione e può riconoscere tra le sue cause l’accumulo di acido lattico e l’insufficienza degli scambi gassosi durante l’attività, dovuti a qualche alterazione. Il meccanismo dell’insorgenza della difficoltà respiratoria coinvolge una serie di recettori:

  • muscolari, sia dei muscoli respiratori che dei muscoli locomotori;
  • polmonari;
  • delle vie aeree;
  • chemocettori, ovvero quei recettori sensibili ai cambiamenti della composizione chimica, questi recettori , come delle sentinelle, avvertono una situazione anomala e inviano segnali al cervello, con conseguente aumento degli atti respiratori e sensazione di affanno.

Talvolta la dispnea diventa insopportabile e costringe ad interrompere l’attività fisica; tuttavia, qualunque sia il grado di affanno, basta il riposo per ripristinare una condizione di normalità.



L’attività fisica controllata e individualizzata può aiutare nel ridurre i fenomeni d’affanno:

  • riducendo la produzione di acido lattico;
  • aumentando le capacità di forza e resistenza dei muscoli respiratori;
  • migliorando l’efficacia degli scambi gassosi;
  • rendendo più elastica la muscolatura respiratoria;
  • migliorando la coordinazione inspirazione-espirazione.

L’asma è dovuta ad una ipersensibilità dei tessuti che compongono le vie aeree. Diversi sono i fattori che stimolano questa eccessiva sensibilità, come ad esempio allergeni (asma allergica) o il raffreddamento e la disidratazione dei bronchi.



    Qualunque sia la causa, la conseguenza è una broncocostrizione unita ad un aumento della secrezione di muco all’interno dei bronchi. Risultato: ostruzione delle vie aeree, sensazione di costrizione e tosse.

    Per quanto riguarda nello specifico l’asma da sforzo, il meccanismo di comparsa prevede dapprima una broncodilatazione, dovuta al normale rilascio di ormoni (catecolamine) durante l’attività fisica, seguita subito dopo da una brococostrizione e ipersecrezione di muco.

    Inoltre, durante lo sforzo fisico gli atti respiratori aumentano nel numero e nella profondità, provocando il raffreddamento e la disidratazione delle mucose interne. Questo quadro fa si che si verifichi un broncospasmo con attacco asmatico durante un’attività prolungata o 10 minuti dopo un esercizio breve ma intenso. Tecnicamente, una riduzione del 10-15% della FEV1 (Volume Espiratorio Forzato in un secondo) è tipica dell’asma da sforzo.

    Con un adeguato preriscaldamento e l’utilizzo di una terapia farmacologica prescritta, si può evitare l’attacco d’asma facendo prevalere l’effetto broncodilatatore positivo su quello costrittivo. Soprattutto se si pratica un’attività in ambiente umido e riscaldato.

    Ecco perché anche nell’ambito delle problematiche respiratorie l’esercizio fisico, strutturato in associazione alla terapia farmacologica, gioca un ruolo fondamentale.

    E’ assolutamente necessario svolgere attività leggera per superare il limite dell’affaticamento e ridurre l’intolleranza allo sforzo.

    Bisogna precisare però che non tutti i casi possono prevedere nell’immediato un protocollo di allenamento; con patologie respiratorie si può praticare esercizio fisico se:

    • la patologia è in fase stabile;
    • è in atto la migliore terapia farmacologica;
    • non sono presenti angina (dolore), aritmie cardiache, patologie metaboliche non compensate, seri problemi ortopedici;
    • vi è una grande motivazione che permetta di proseguire il programma di allenamento nonostante la fatica iniziale.

    E’ dimostrato, ad esempio, che persone affette da BPCO hanno migliorato la loro resistenza allo sforzo del 20-30% e che soggetti anche fortemente asmatici riescono a svolgere attività sportiva a livello agonistico.